PARTE 1 – La corsa di Ela

Il Bi-Polar Express – La corsa di Natasha
Per tutta la mia vita sapevo di essere diversa, ero fuori posto. Ho sempre sentito che avrei potuto fare tutto, ma le cose non hanno mai funzionato per me: o mi deprimevo senza un motivo o diventavo iperattiva.
Quando leggerete il mio libro, potrete seguire gli alti e bassi, i colpi di scena, i picchi, i crolli, gli andirivieni, sempre più veloci, le montagne russe della mia vita Bi-Polare. Ma tenete bene a mente una cosa: voi potete mettere giù il libro e scendere dalle montagne russe…
Io no.
Il Bi-Polar Express – La corsa di Ela
Questa è la divertente, triste storia della ricerca fatta da una madre, sin dall’infanzia, attraverso l’adolescenza e oltre, della diagnosi corretta per la figlia “diversa”; cercando anche, disperatamente, di combattere con l’alienazione, i drammi e le crisi della ragazza.

Questo libro è per tutte le persone che conoscono qualcuno -un amico, un parente o un conoscente- con un disturbo mentale, e quindi praticamente per tutti. Leggete questo libro, sareste dei pazzi a non farlo.
PARTE 1 – La corsa di Ela
Di Ela Simon
Il ciclone colpisce Randwick
Era una pacifica mattina dell’aprile 1984 quando il Ciclone Natasha colpì la nostra tranquilla casa, in un piccolo e quieto vicolo cieco nel sobborgo di Randwick, Sydney. Con incredibile intensità, il caos che generò non durò minuti, ore o giorni, bensì anni. Ripulire e risistemare era inutile, perché il momento del round successivo sarebbe arrivato dopo ogni suo risveglio, quando avrebbe colpito di nuovo a piena potenza.
Eravamo del tutto impreparati per un assalto di questo tipo: dopo tutto eravamo dei genitori “esperti”. La nostra prima figlia, Michelle, sebbene fosse intollerante al latte, soggetta a coliche e piangesse spesso, era fin troppo prudente ed esitante, ordinata, metodica, affascinata dai libri e dalla cultura, “tutta orecchi” per le storie, aveva un codice di colori per gli elastici, i libri in ordine di altezza e una camera organizzata in modo sistematico; quindi ci domandavamo che cosa intendesse la gente quando diceva che nelle credenze erano necessarie delle serrature a prova di bambino. Fino a quel momento.

Recentemente trasferiti in una casa più grande, visto l’imminente arrivo della nostra seconda figlia, stavo rimuovendo la carta da parati in salotto insieme al mio compagno Peter, il papà di Natasha, quando iniziai a sanguinare. Da un’ecografia, che richiedeva una vescica piena di 2 litri d’acqua –“Oh, devo fare pipì, DEVO fare pipì” –, emerse una condizione nota come placenta previa. Normalmente la placenta, la quale dà sostentamento al bambino che cresce, giace al di sopra del bimbo nell’utero in modo che il piccolo possa emergere; ma in questo caso si trovava al di sotto, tesa, e bloccava il canale del parto. Come sarebbe venuto fuori il bambino? Costretta a letto per quattro mesi, comprese un paio di settimane in ospedale, stavo perdendo pezzi di placenta. Per lo più vegetariana, non ero entusiasta dell’aspetto da fegato. Natasha stava per caso facendo a pezzi la placenta per uscire?
Il mio ginecologo mi fece presente che questa condizione si verifica circa nel 20% delle nascite, altrimenti sarei quasi stata tentata a interpretarlo come un segno di quanto sarebbe accaduto: anche prima che nascesse c’era qualcosa di diverso in Natasha. Normalmente prima esce il bambino e poi la placenta, ma Natasha voleva essere diversa; e questa è diventata la storia della sua stimolante, triste, imprevedibile, maniacale e ansiosa corsa sulle montagne russe della vita.

Alla trentaseiesima settimana, mi stavo facendo la permanente (ERANO gli anni 80!) negli ultimi preparativi pratici per il parto. Il mio parrucchiere italiano Primadonna rimase comunque poco empatico quando iniziai a sanguinare su tutto il pavimento bianco e pulito. Una corsa in ambulanza (con la permanente risciacquata a malapena) preannunciava due settimane di ospedale nel tentativo di arrestare il sanguinamento, così da dare alla bambina la possibilità di mangiare e crescere ancora per un po’. I capelli erano un disastro di riccioli a metà. Non un bell’aspetto. Non erano ammesse visite!
Dopo un parto cesareo a 38 settimane, il 15 novembre 1983 nacque una bimba tonda e paffuta, di peso e altezza medi. Era bellissima, con una femminilità e una dolcezza che facevano venir voglia di toccarla e tenerla in braccio costantemente. Quel nasino piccolissimo, il volto angelico, quella morbida testolina pelata.
Una bambina apparentemente contenta: dormiva, mangiava, dormiva un altro po’ e mangiava ancora. Già in ospedale avevamo notato quanto amasse l’acqua. Un bagnetto apportava un rilassante piacere. Avevamo anche notato che non sopportava di essere costretta dalle fasce avvolgenti. L’infermiera l’avvolgeva stretta nella copertina, ma lei estraeva le braccine con grande
forza nel tentativo di liberarsi. Non anelava alla sicurezza che per la maggior parte dei neonati è data da una fasciatura stretta. Il nostro “spirito libero”. Questa piccina non avrebbe tollerato nessuna restrizione.
La portammo a casa dopo 10 giorni, alla vista del nostro splendido albero di Jacaranda in piena fioritura.
Per cinque mesi Natasha “dormì come un bambino”, svegliandosi ogni 4 ore per una poppata, giorno e notte. I pannolini bagnati non sembravano darle fastidio. Sarebbe stata felice di tenerne uno zuppo di pipì per giorni, se non fosse stato per il fatto che la sua pelle sensibile era motivo di eruzioni cutanee. I pannolini usa e getta non erano un’opzione. Come era di moda negli anni 80, a Natasha, al pari della sorella maggiore, fu diagnosticata la displasia dell’anca e per tre mesi dovette indossare il doppio pannolino.

 

Translation from English to Italian by Daniela Boi.

(Congratulations on graduating with your Degree in Translation and Interpreting (Languages: English and Spanish) at the Higher School for Linguistic Mediators “SSML Verbum” in Cagliari.)

Boyfread

The boyfriend in your head.

The ideal man in your head is never how it is in real life.

When you are single for a long time you design the perfect boyfriend in your head. 

Mine: blue eyes, dark hair, shorter than me, scruff but not a full beard, speech impediment or a Scottish accent. He would love animals (cats and dogs a must) and food but not be able to cook so he would love my cooking abilities. He would be non-judgemental and maybe have a few mental health issues of his own so he gets it.

He would have a job, any job. He would have a car and enjoy driving to the mountains. He would get along with my parents.

He would love movies and tv and be happy cuddling whilst watching hours of them with me. He would get me little inexpensive gifts when he thinks of me. He would text daily but not overly. He would want to do fun things and go out some of the time.

 

He would be an amazing kisser.

He would take care of me when I was sick or in pain and he would let me take care of him.

He would make me laugh so hard and find my jokes hilarious.

He would be honest and loyal and kind. 

He would, like me: not want marriage and kids but want to be in a committed relationship with only me. 

He would call me his girl and I would be his and he would be mine.

We would have cute names for each other.

He would never make fun of me or put me down. He would never hit me or push things in the bedroom.

He would never cheat or lie or bail.

We would be madly in love.

 

This is the fairytale.

This is the boyfread: The boyfriend in my head. 

 

Do you have one?

What is yours like?

Emotional Hoarding

I get stuff and can’t let go; I’m a hoarder. But not possessions, I collect memories and emotional baggage.

I have mean comments still floating in my head from primary school, in a loop.

Scars from the horrid things bullies would say and do in high school.

I still feel the pain of everyone that has walked away from me because of my illness.

My heart aches when I think about friends who have left without a word, not even a goodbye because I was ‘too crazy’, ‘too much’, ‘too attached’ or for some other dark reason I make up in my head because they never told me why they left.

Years later I still carry that baggage with me and I still hoard the emotions.

People may physically leave me, but emotionally they are in my BiPolar brain along with all the mean comments ever said to me….. psychological warfare.

 

How hard is it to say goodbye?

 

When to tell…

It’s a struggle having BiPolar (or any mental illness) and knowing when to tell someone is tricky.

On one hand we have nothing to be ashamed of and on the other hand it is our right to not disclose.

And if we had a third hand; let’s be honest, most people would freak out (about BiPolar) or their eyes glaze over or they say they are fine but secretly they are remembering all those reports on the news about that kid with BiPolar that went nuts and stabbed 20 people and how in nearly every cop show the killer has BiPolar.

So when do we tell people?

Starting a new job – Do we tell the boss, even if we are medicated and stable?

Meeting a new friend – do we tell them straight away or wait to see if they are the type to be ok with it?

Dating a new person – do we want them to run before we finish our first date or do we keep it in until they fall in love with us and it’s too hard to just walk away?

When is the right time to tell someone you have BiPolar Disorder? Why is it ok to say “I have diabetes” or “I have epilepsy” but BiPolar and mental illness is still so taboo?

Oh sorry did you think there were answers here?

No I’m putting the question out there because I have no idea…

When do you tell?